

185. Il nazionalismo russo dopo la fine dell'URSS.

Da: V. Zaslavsky, Dopo l'Unione Sovietica, Il Mulino, Bologna,
1991.

La Russia, la pi grande repubblica dell'ex Unione Sovietica,
guidata da Boris Eltsin ha contribuito in misura determinante alla
dissoluzione dell'URSS, e, quando al posto di questa si  formata
la comunit di stati indipendenti (CSI), in essa ha cominciato a
svolgere un ruolo di guida economica e politica. E' pertanto
particolarmente interessante osservare le caratteristiche del
nazionalismo russo; questo, secondo Victor Zaslavsky, sociologo
russo, gi professore all'universit di Leningrado, costretto ad
emigrare nel 1975 e diventato cittadino canadese, 
tradizionalmente diviso in due orientamenti: uno slavofilo, con
residui di nostalgia zarista, ed uno filo-europeo e progressista.


Apparentemente il nazionalismo russo e l' intellighencija [termine
russo indicante, prima della rivoluzione d'ottobre, il ceto
intellettuale e politico critico nei confronti del regime zarista;
qui, pi genericamente, designa l'insieme degli intellettuali di
orientamento liberaldemocratico] liberaldemocratica, un tempo
accomunati dalla sola coscienza dell'incalcolabile danno arrecato
al popolo e alla cultura russa dallo stato sovietico, si trovano
oggi riuniti sotto la bandiera del separatismo e
del'isolazionismo. Tuttavia, a un esame pi attento, il
separatismo russo si rivela contraddittorio almeno quanto la
precedente ideologia nazionalista imperiale. Il tradizionale
conflitto tra occidentalisti e slavofili, fra patrioti e
cosmopoliti, si ripropone oggi come scontro fra due visioni
diametralmente opposte del separatismo russo.
Da una parte abbiamo un programma separatista fondato
sull'interesse nazionale russo, che esorta il popolo a liberarsi
delle componenti arretrate, non europee, non cristiane dell'Unione
Sovietica per tornare nell'ambito culturale europeo, cui la
cultura russa classica apparteneva a pieno titolo. Questo
programma contempla un'apertura della Russia alle influenze
provenienti dai paesi industriali sviluppati, la transizione
all'economia di mercato e l'integrazione nel mercato mondiale.
Secondo l'ala occidentale del separatismo russo, il principale
conflitto nella societ sovietica odierna si svolge tra l'elemento
tradizionale e l'elemento moderno. Con la secessione dei paesi
baltici, industrialmente e culturalmente avanzati, il ruolo delle
repubbliche centroasiatiche nella federazione verrebbe
notevolmente rafforzato. Queste repubbliche rimangono societ di
tipo tradizionale, le cui popolazioni, in prevalenza rurali, sono
in fase di rapida crescita demografica. Gli esperti russi temono
oggi che questa crescita possa pregiudicare qualunque programma di
riforma del mercato da loro suggerito. Tipicamente, Sergej
Poljakov, uno dei maggiori studiosi dell'Asia centrale, parla di
impossibilit di un'ulteriore coesistenza, nello stesso paese,
di sistemi economici totalmente diversi come la societ
industriale e quella tradizionale, e conclude che l'unica
soluzione  lasciare l'Asia centrale a se stessa e andarsene. Il
separatismo costituisce sempre pi, agli occhi dell'
intellighencija liberaldemocratica russa, l'unica via d'uscita
dalla crisi economica ed etnica sovietica, e una precondizione
necessaria per la riforma del mercato.
Sulla sponda opposta, l'isolazionismo viene percepito non solo
come separazione da tutte le repubbliche non slave, o addirittura
non russe, ma anche e soprattutto come rifiuto dell'Occidente e
come ricerca di uno stile di vita e di valori spirituali
specificamente russi. Il critico letterario sovietico Sergej
Ciuprinin ha opportunamente definito questa ideologia un
fondamentalismo russo simile alla variante islamica di tipo
khomeinista. Il programma fondamentalista prevede la volontaria
secessione dalla blasfema, decadente, epicurea umanit, il
ritiro nell'autoisolamento nazionale, la chiusura dei confini e
il raggiungimento dell'omogeneit sociale e nazionale della
popolazione russa. Il conflitto tra fondamentalismo russo e
nazionalismo liberale sta rapidamente divenendo la battaglia
ideologica di maggior rilievo nella cultura e nella societ russa.
[...].
Questo confronto stabilir in quale direzione dovr evolversi la
federazione russa. Da parte sua, la tradizione imperiale va oggi
stringendo peculiari alleanze con i due tipi di separatismo. Ce lo
dimostrano anche le pubblicazioni recenti di due autori per il
resto dissimili come Aleksandr Solzenicyn e Aleksandr Tsipko. I
due sono accomunati da ci che rimane della vecchia mentalit
imperiale. E' di questa mentalit che Solzenicyn si fa portavoce -
senza forse averne coscienza - quando suggerisce l'espulsione di
11 repubbliche dall'Unione e nel contempo il mantenimento
dell'Ucraina, della Bielorussia e del Kazahstan settentrionale nel
futuro stato russo, il quale comprenderebbe cos oltre l'80%
dell'attuale territorio sovietico. La proposta di Solzenicyn di
sostituire all'Unione Sovietica una nuova Unione slava  stata
accolta con estrema freddezza in Ucraina e in Bielorussia, dove i
movimenti nazionalisti stanno acquistando un certo peso. Sebbene
l'ipotesi di un'esistenza indipendente dell'Ucraina e della
Bielorussia non venga ancora concepita in maniera chiara neppure
dai separatisti pi determinati, l'idea di rimanere, anche nel
nuovo stato russo, i soliti partner di second'ordine 
difficilmente accettabile per le popolazioni autoctone delle due
repubbliche. Assai pi che il ricorso a un programma panslavista,
sar di capitale importanza per il nazionalismo ucraino e
bielorusso la riuscita o il fallimento del tentativo polacco di
introdurre l'economia di mercato e di entrare nel mercato
mondiale.
Per quanto riguarda Tsipko, la cui opera  divenuta assai popolare
tra gli intellettuali russi, egli sostiene che, poich l'impero
rappresenta la maggior realizzazione nazionale russa, i russi
continuano a rispondere del suo mantenimento. La contraddizione
irrisolta di Tsipko  tipica di quei nazionalisti liberali che non
sono riusciti a disfarsi completamente dell'eredit imperialista.
Egli combina l'idea della responsabilit russa nei confronti
dell'impero con la chiara percezione che il futuro di quest'ultimo
non potr fondarsi che sulla violenza e la coercizione. Tuttavia
Tsipko rifiuta la violenza e soprattutto respinge la nozione di
una via specificamente russa di sviluppo storico. Come gli altri
pensatori liberaldemocratici, Tsipko auspica una transizione
all'economia di mercato e un pluralismo politico di tipo
occidentale. Per contro Solzenicyn pone la sua enorme autorit
morale a difesa di un progetto nel quale l'espulsione delle
repubbliche non slave si accompagna a un forte isolamento rispetto
alle influenze occidentali, che darebbe alla Russia l'opportunit
di perseguire il suo peculiare sviluppo e di assolvere alla sua
funzione particolare nell'evoluzione dell'umanit.
Il programma fondamentalista appare in diversi punti obsoleto,
irrealistico e vicino al ridicolo, al punto che vari osservatori
rifiutano di considerarlo seriamente. Tuttavia esso implica alcuni
pericoli. E' pur vero che un isolazionismo fondato su una supposta
unicit russa non pu offrire ragionevoli vie d'uscita dalla crisi
economica, e pare, se non altro per questa ragione, destinato a
fallire. Eppure sarebbe imprudente sottovalutare la capacit di
mobilitazione di questo programma fondamentalista, per diversi
motivi. Innanzi tutto, l'isolazionismo fondamentalista offre un
progetto capace di unificare monarchici e stalinisti, coloro che
identificano l'unicit russa con la religione ortodossa e con la
tradizione imperiale, e quanti invece la identificano con il
marxismo-leninismo e con l'ordine mondiale socialista. Inoltre
questo isolazionismo potrebbe aggregare gli ampi settori di
popolazione che inevitabilmente subiranno gli effetti negativi
della riforma di mercato e dei relativi sconvolgimenti sociali. Il
fondamentalismo potrebbe rivelarsi particolarmente allettante per
i gruppi marginalizzati, come i disoccupati e i profughi russi
dalle repubbliche periferiche. La posizione strutturale dei
rifugiati etnici li rende particolarmente inclini allo sciovinismo
e alla xenofobia, che possono facilmente dirigersi contro
qualunque minoranza identificabile. L'importante ruolo avuto dai
profughi azeri nell'organizzazione e nello svolgimento dei
sanguinosi pogrom [termine russo, che significa devastazione,
tradizionalmente indicante le sommosse popolari antiebraiche
verificatesi nell'impero zarista nel corso dell'Ottocento e del
primo Novecento; talvolta  usato con il significato generico di
persecuzione] antiarmeni di Sumgait e Baku nel 1989-90 
documentato da numerosi osservatori sovietici.
Anche i rifugiati russi rappresentano un gruppo estremamente
sensibile ai sentimenti xenofobi, che pu diventare una robusta
base sociale per gruppi estremisti legati al nazionalismo
isolazionista e fondamentalista russo, e fornire reclute
volontarie a ogni sorta di organizzazioni paramilitari e squadre
d'assalto locali dell'estremismo nazionalista. Inoltre sebbene non
esista, a quanto pare, alcuna alternativa razionale alla
reintroduzione dell'economia di mercato e alla reintegrazione nel
mercato mondiale, non bisogna sottovalutare la capacit di
attrazione dei progetti politici irrazionali.
